(di Armando L.)
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Comunque Giulio sembrava recuperato, almeno così pensavo allora. Ma stava entrando in scena il secondo dei Lenotti, di nome Carlo, di quattro anni più giovane, che i frequentatori del blog conoscono doverosamente più di me, dato che ne è l’inventore.
Memore dell’esperienza precedente, per non correre inutili rischi, Carlo ebbe subito in dotazione bavaglino, ciabattine, pigiamino, tuta, braghette, calze tutti rosso-neri, un poster di Rivera sopra il letto, insomma sarebbe cresciuto secondo parametri di normalità, almeno all’interno della mia famiglia.
Ma a metà degli anni ’80, quando Carlo aveva 7 e 8 anni, l’Hellas Verona, che è la squadra della nostra città, faceva dei meravigliosi campionati in serie A, arrivando nelle prime posizioni della classifica, qualificandosi per le coppe europee, vincendo addirittura il campionato nel 1985. Devo sinceramente ricordare che anch’io ne sono un tifoso, andavo a vederne le partite, voglio dire che era normale per la mia generazione tenere al Verona, che militava di norma in serie B e poi ad una squadra di vertice della massima divisione.
Insomma non c’era un conflitto di interessi sportivi.
Ma un bambino di quell’età non poteva onestamente capire che io potessi tifare rosso-nero e anche giallo-blu. e siccome Carlo era fin da piccolo un po’ rompiballe (guardate che lo scrivo con affetto), cominciava a tormentarmi ogni volta che Milan e Verona si affrontavano con la domanda che più temevo: “Ma allora domenica tu a chi tieni?”
La banale risposta che in fondo un pareggio poteva essere un risultato accettabile per entrambe le squadre non lo soddisfaceva affatto, perché era rompiballe ma non scemo. Non ci crederete, ma riuscire a rispondere al quesito mi è costato una cifra dallo psicanalista, roba che mi sarei potuto comprare l’abbonamento in poltrona numerata per 10 anni.
Vi chiederete: in quale stadio? Ve lo dirò la prossima volta.
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