Archive for the ‘armando’ Category

La vera eredità di un padre – Cap. 4

Posted by Armando On maggio - 6 - 2010

(di Armando L.)

(clicca qui per leggere i capitoli precedenti)

 

Comunque Giulio sembrava recuperato, almeno così pensavo allora. Ma stava entrando in scena il secondo dei Lenotti, di nome Carlo, di quattro anni più giovane, che i frequentatori del blog conoscono doverosamente più di me, dato che ne è l’inventore.

 

Memore dell’esperienza precedente, per non correre inutili rischi, Carlo ebbe subito in dotazione bavaglino, ciabattine, pigiamino, tuta, braghette, calze tutti rosso-neri, un poster di Rivera sopra il letto, insomma sarebbe cresciuto secondo parametri di normalità, almeno all’interno della mia famiglia.

 

Ma a metà degli anni ’80, quando Carlo aveva 7 e 8 anni, l’Hellas Verona, che è la squadra della nostra città, faceva dei meravigliosi campionati in serie A, arrivando nelle prime posizioni della classifica, qualificandosi per le coppe europee, vincendo addirittura il campionato nel 1985. Devo sinceramente ricordare che anch’io ne sono un tifoso, andavo a vederne le partite, voglio dire che era normale per la mia generazione tenere al Verona, che militava di norma in serie B e poi ad una squadra di vertice della massima divisione.

 

Insomma non c’era un conflitto di interessi sportivi.

 

Ma un bambino di quell’età non poteva onestamente capire che io potessi tifare rosso-nero e anche giallo-blu. e siccome Carlo era fin da piccolo un po’ rompiballe (guardate che lo scrivo con affetto), cominciava a tormentarmi ogni volta che Milan e Verona si affrontavano con la domanda che più temevo: “Ma allora domenica tu a chi tieni?”

 

La banale risposta che in fondo un pareggio poteva essere un risultato accettabile per entrambe le squadre non lo soddisfaceva affatto, perché era rompiballe ma non scemo. Non ci crederete, ma riuscire a rispondere al quesito mi è costato una cifra dallo psicanalista, roba che mi sarei potuto comprare l’abbonamento in poltrona numerata per 10 anni.

 

Vi chiederete: in quale stadio? Ve lo dirò la prossima volta.

 

 

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La vera eredità di un padre – Cap. 3

Posted by Armando On marzo - 7 - 2010

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(di Armando L.) – (Clicca qui per leggere i capitoli precedenti)

A questo punto però devo chiarire, per i pochi ma affezionati lettori del blog, qualcosa sulla fede calcistica e perché io la consideri la vera eredità da trasmettere ai figli.

 

Il fatto è che per tutta la vita continuiamo a saltare da un treno all’altro. Così cambiamo il lavoro, spesso per necessità, e le idee politiche, quando ci fa comodo, a volte anche la religione,  per scarsa convinzione nella nostra, oggi si può mutare perfino il sesso e poi ogni tanto cambiamo la morosa e questo tutto sommato mi sembra il cambiamento meno traumatico, anzi quello che può avere più  giustificazioni.  

 

Qual è allora l’unica fede costante nel tempo, che ci accompagna per tutta l’esistenza, che resiste alle tentazioni e supera le avversità, che non vive di condizionamenti, voglio dire che riesce a ridere nei giorni di pioggia e a piangere in quelli di sole? Ma è chiaro: è la fede calcistica!

 

In un certo senso la fede calcistica è un valore assoluto, anzi l’unico valore assoluto, in mezzo al relativismo che ci circonda. E’ una fede di valori kantiani, un imperativo categorico, una fede senza se e senza ma, come si direbbe oggi. Insomma è qualcosa di costantemente presente alla nostra coscienza, molto più del cogito cartesiano!

 

Ma torniamo, cari lettori, all’eredità di un padre. Certo adesso avrete capito  perché il mio oraziano “ Non omnis moriar” (non morirò completamente) sia sempre stato rappresentato dalla speranza che la mia voce possa continuare un giorno a cantare in quella dei miei figli, ogni volta che la mia squadra del cuore entrerà in campo e io potrò vedermi la partita dall’alto, da un posto privilegiato in cui non si paga il biglietto.

 

(segue)

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La vera eredità di un padre – Cap. 2

Posted by Armando On febbraio - 17 - 2010

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(Segue dal Capitolo 1: clicca e leggi)
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(di Armando L.) 

Però il fattaccio era successo!

 

Come era stato possibile che io milanista fin nelle viscere avessi allevato in casa un figlio, che elogia un giocatore della Juventus? Era questa l’eredità che gli avrei lasciato, quello che sarebbe rimasto di me? Ma subito dopo un attimo di profondo scoramento, prevalse il mio pragmatismo e allora feci una domanda a me stesso:

“Ma tu cosa hai fatto finora per crescerlo nella vera fede rosso-nera”?

 

Niente, avevo dato tutto per scontato! Il nonno milanista, il padre milanista, ero sicuro che mio figlio sarebbe cresciuto secondo le antiche care tradizioni familiari.

 

Ma mi ero dimenticato dell’asilo, dei condizionamenti esterni, dei bambini normali, che se vogliono una vita serena nascono juventini,  se vanno in cerca di un’ esistenza stressata tifano per l’Inter, se amano la poesia e la musica tengono al Milan, che rappresenta appunto l’arte.

 

E allora ho cominciato a mettere in atto una subdola forma di condizionamento, come i detrattori di questo blog potrebbero definirla, che io chiamerei invece una serie di doverosi accorgimenti da adottare, per riportare l’ignaro giovane peccatore in poco tempo sulla retta via.

 

Perciò dagli autogrill, dove spesso mi fermavo a pranzo essendo in giro per lavoro, cominciai a  portare a casa tutta la gadgettistica del Milan in circolazione: fischietti, trombette, bandierine, cappellini, palline, magliette piene di cioccolatini, tutti rigorosamente rosso-neri, certo cose molto kitsch, ma che facevano impazzire di gioia un bambino di 4 anni.

 

Insomma potevo tornare a dormire tranquillo: Giulio avrebbe superato senza problemi il trauma infantile.

 

(segue)

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La vera eredità di un padre – Cap. 1

Posted by Armando On gennaio - 28 - 2010

(di Armando L.)

Mi chiedo a volte cosa potrò veramente lasciare ai miei figli.

Certo è un problema che mi auguro potranno avere fra alcuni anni, ma intendevo chiedermi quale sarà la mia vera eredità, intendo oltre a quattro muri pieni di ricordi e di libri, che cosa sentiranno di proprio, di personale nel ricordo del padre (volevo scrivere papà, ma questa parola qui mi sembra avere un suono  po’ troppo zuccherato).

A essere sincero, la prima volta che mi sono posto questa domanda è stata quando di figli ne avevo solo uno, Giulio, quello che è seduto, nella foto di famiglia fatta a Natale vicino al camino.

Avrà avuto forse quattro anni, andava all’asilo, guardavamo spesso alla televisione le partite di calcio e mi ricordo una sua battuta molto carina, espressa fra l’altro in modo del tutto involontario, quando mi chiese se le squadre che giocano a pallone in casa giocano come noi nel corridoio.

Non male,vero? Comunque una domenica mentre guardavamo la partita del Milan salta su a chiedermi:

Però, papà, Bettega è forte, vero?”

Io ho fatto finta di non capire, ma quando lui mi ha ripetuto la domanda, mi sono sentito crollare il mondo addosso e ho dovuto bere d’un fiato il bicchierino di whisky, che è sempre pronto sul tavolino davanti al televisore per le emergenze, tipo rigori clamorosi non assegnati al Milan o gol mancati a due passi dalla porta.

Comunque non gli ho risposto. Ho spento il televisore, mi sono alzato dal divano, l’ho pregato di seguirmi nell’ingresso, ho aperto la porta e gli ho chiesto:

“Cosa c’è scritto qui?”

Lui mi ha risposto che non lo sapeva, perché non sapeva ancora leggere.

Allora te lo dico io -ho soggiunto- qui c’è scritto < Famiglia Lenotti > e qui dentro le parolacce come Bettega non le voglio più sentire!”

(segue)

 

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Poesie di Armando

Posted by Armando On gennaio - 19 - 2010

(di Armando L.)
Cari lettori del blog,

eccovi il mio primo sonetto sugli amori d’antan, come direbbero in francese. In effetti nel comporlo avevo nel cuore una splendida canzone di un maestro come George Brassens e sarei commosso se qualcuno mi dicesse che ho saputo ricrearne il clima.

Nell’estate del 2005 lo lessi ad alcuni cari amici a cena sul lago e uno mi suggerì di dedicare una poesia ad ognuna delle mie vecchie morose (vecchie non di età, l’avete capito, ma solo datate nel tempo).
Mi parve un’ottima idea e mi misi subito a scrivere le storielle su questi amori. Certo mi sarei fermato a pochi ricordi, penso come ognuno di noi, ma per dare uno spessore non dico poetico, ma almeno inteso come numero di pagine al libro, che ne è venuto fuori, ho dovuto recuperare alla memoria 60 morose.
Un po’ tante, direte. E poi saranno vere o false? Non vi risponderò nemmeno sotto tortura, anche perché mia moglie ha accesso a questo spazio, anzi ne è uno dei responsabili. E poi è appena il caso vi precisi che questi amori hanno preceduto l’incontro con Maria Pia e che dopo ho messo la testa a posto.

Non mi credete? L’ importante è che ci creda Maria Pia!

Armando

 

 

Le morose vece
 

A òlte penso a le vece morose,
la Sara, la Francesca, la Rosina,
no i èra done nobili o famose
gh’èra na lavandara, na sartina,

 mi a Nadal no ghe mandava rose
né parfumi de moda parigina,
ma quand’ érimo soli, generose
no le sfoiàva la margaritina…

Cosa volì, quando te gh’è vint’ani
el core el cor, el vive su la luna
l’amor no’ l gà pensieri, no’ l gà afani

solo la dona l’è la to fortuna.
Care morose vece inamorà:
gò ricevù de più, de quel che ò dà!

 

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Il merlo

Posted by Armando On gennaio - 9 - 2010

(di  Armando L.) Ecco: penso sia questo quello che conta nella vera amicizia.
Non vi sembra che il nostro reciproco silenzio sia una manifestazione di volerci veramente capire e rincuorare nel caso l’un l’altro, come vecchi compagni di scuola?
Non so se il mio amico avesse avuto una delusione amorosa, la razione di focaccia al solito la mattina seguente era sparita, in qualche modo penso così si sarà consolato. A proposito i merli maschi hanno il becco giallo, le femmine di colore bruno.
Non credo che questo c’entri molto con questo racconto, è solo per dimostrarvi che ho qualche nozione di ornitologia. Forse un lettore si chiederà perchè anch’io fossi triste quella sera. Vi ho detto che in terrazza sono solito portarmi un bicchiere di vino e la chitarra. Allora sinceramente vi confesserò che quella volta ero malinconico, insomma sentivo che mi mancava qualcosa, avevo un profondo senso di infelicità, ma non dovuto a quello che potreste pensare, sareste assolutamente fuori strada, senza dimenticare poi che mia moglie è al piano di sotto…
Vi sto solo confidando che mi mancavano le sigarette.

Armando Lenotti  


Gh’è sempre un merlo ne la me terassa,
l’è su l’antena del televisor, 
che se el me vede el taca la gran cassa 
el canta el fis-cia el mete el bonumor.   

Se co’ la recia nol ghe intiva massa 
anche se el missia Aida e Trovator,
 ghe porto lì un tocheto de fogassa 
l’è par riconossensa al sonador.   

Ma l’altro di gò visto che el tasea 
che nol gavea voia de fis-ciar, 
che el s’abia incorto che anca mi piansea   

no l’era el tempo giusto par cantar? 
G’avrà ciapà anca lu na qualche bota?
Saralo stà lassà da la merlota?

 

(tratto da “L’angolo di…”, rubrica a cura di Armando Lenotti)


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