(di Armando L.)
Mi chiedo a volte cosa potrò veramente lasciare ai miei figli.
Certo è un problema che mi auguro potranno avere fra alcuni anni, ma intendevo chiedermi quale sarà la mia vera eredità, intendo oltre a quattro muri pieni di ricordi e di libri, che cosa sentiranno di proprio, di personale nel ricordo del padre (volevo scrivere papà, ma questa parola qui mi sembra avere un suono po’ troppo zuccherato).
A essere sincero, la prima volta che mi sono posto questa domanda è stata quando di figli ne avevo solo uno, Giulio, quello che è seduto, nella foto di famiglia fatta a Natale vicino al camino.
Avrà avuto forse quattro anni, andava all’asilo, guardavamo spesso alla televisione le partite di calcio e mi ricordo una sua battuta molto carina, espressa fra l’altro in modo del tutto involontario, quando mi chiese se le squadre che giocano a pallone in casa giocano come noi nel corridoio.
Non male,vero? Comunque una domenica mentre guardavamo la partita del Milan salta su a chiedermi:
” Però, papà, Bettega è forte, vero?”
Io ho fatto finta di non capire, ma quando lui mi ha ripetuto la domanda, mi sono sentito crollare il mondo addosso e ho dovuto bere d’un fiato il bicchierino di whisky, che è sempre pronto sul tavolino davanti al televisore per le emergenze, tipo rigori clamorosi non assegnati al Milan o gol mancati a due passi dalla porta.
Comunque non gli ho risposto. Ho spento il televisore, mi sono alzato dal divano, l’ho pregato di seguirmi nell’ingresso, ho aperto la porta e gli ho chiesto:
“Cosa c’è scritto qui?”
Lui mi ha risposto che non lo sapeva, perché non sapeva ancora leggere.
“Allora te lo dico io -ho soggiunto- qui c’è scritto < Famiglia Lenotti > e qui dentro le parolacce come Bettega non le voglio più sentire!”
(segue)
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