La vera eredità di un padre

Posted by Carlo On marzo - 7 - 2010

(di Armando L.)

 

Capitolo 1

 

Mi chiedo a volte cosa potrò veramente lasciare ai miei figli.

 

Certo è un problema che mi auguro potranno avere fra alcuni anni, ma intendevo chiedermi quale sarà la mia vera eredità, intendo oltre a quattro muri pieni di ricordi e di libri, che cosa sentiranno di proprio, di personale nel ricordo del padre (volevo scrivere papà, ma questa parola qui mi sembra avere un suono  po’ troppo zuccherato).

A essere sincero, la prima volta che mi sono posto questa domanda è stata quando di figli ne avevo solo uno, Giulio, quello che è seduto, nella foto di famiglia fatta a Natale vicino al camino.

Avrà avuto forse quattro anni, andava all’asilo, guardavamo spesso alla televisione le partite di calcio e mi ricordo una sua battuta molto carina, espressa fra l’altro in modo del tutto involontario, quando mi chiese se le squadre che giocano a pallone in casa giocano come noi nel corridoio.

Non male,vero? Comunque una domenica mentre guardavamo la partita del Milan salta su a chiedermi:

Però, papà, Bettega è forte, vero?”

 

Io ho fatto finta di non capire, ma quando lui mi ha ripetuto la domanda, mi sono sentito crollare il mondo addosso e ho dovuto bere d’un fiato il bicchierino di whisky, che è sempre pronto sul tavolino davanti al televisore per le emergenze, tipo rigori clamorosi non assegnati al Milan o gol mancati a due passi dalla porta.

Comunque non gli ho risposto. Ho spento il televisore, mi sono alzato dal divano, l’ho pregato di seguirmi nell’ingresso, ho aperto la porta e gli ho chiesto:

“Cosa c’è scritto qui?”

Lui mi ha risposto che non lo sapeva, perché non sapeva ancora leggere.

Allora te lo dico io -ho soggiunto- qui c’è scritto < Famiglia Lenotti > e qui dentro le parolacce come Bettega non le voglio più sentire!”

 

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Capitolo 2

 

Però il fattaccio era successo!

 

Come era stato possibile che io milanista fin nelle viscere avessi allevato in casa un figlio, che elogia un giocatore della Juventus? Era questa l’eredità che gli avrei lasciato, quello che sarebbe rimasto di me? Ma subito dopo un attimo di profondo scoramento, prevalse il mio pragmatismo e allora feci una domanda a me stesso:

“Ma tu cosa hai fatto finora per crescerlo nella vera fede rosso-nera”?

 

Niente, avevo dato tutto per scontato! Il nonno milanista, il padre milanista, ero sicuro che mio figlio sarebbe cresciuto secondo le antiche care tradizioni familiari.

 

Ma mi ero dimenticato dell’asilo, dei condizionamenti esterni, dei bambini normali, che se vogliono una vita serena nascono juventini,  se vanno in cerca di un’ esistenza stressata tifano per l’Inter, se amano la poesia e la musica tengono al Milan, che rappresenta appunto l’arte.

 

E allora ho cominciato a mettere in atto una subdola forma di condizionamento, come i detrattori di questo blog potrebbero definirla, che io chiamerei invece una serie di doverosi accorgimenti da adottare, per riportare l’ignaro giovane peccatore in poco tempo sulla retta via.

 

Perciò dagli autogrill, dove spesso mi fermavo a pranzo essendo in giro per lavoro, cominciai a  portare a casa tutta la gadgettistica del Milan in circolazione: fischietti, trombette, bandierine, cappellini, palline, magliette piene di cioccolatini, tutti rigorosamente rosso-neri, certo cose molto kitsch, ma che facevano impazzire di gioia un bambino di 4 anni.

 

Insomma potevo tornare a dormire tranquillo: Giulio avrebbe superato senza problemi il trauma infantile.

 

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Capitolo 3

 

A questo punto però devo chiarire, per i pochi ma affezionati lettori del blog, qualcosa sulla fede calcistica e perché io la consideri la vera eredità da trasmettere ai figli.

 

Il fatto è che per tutta la vita continuiamo a saltare da un treno all’altro. Così cambiamo il lavoro, spesso per necessità, e le idee politiche, quando ci fa comodo, a volte anche la religione,  per scarsa convinzione nella nostra, oggi si può mutare perfino il sesso e poi ogni tanto cambiamo la morosa e questo tutto sommato mi sembra il cambiamento meno traumatico, anzi quello che può avere più  giustificazioni.  

 

Qual è allora l’unica fede costante nel tempo, che ci accompagna per tutta l’esistenza, che resiste alle tentazioni e supera le avversità, che non vive di condizionamenti, voglio dire che riesce a ridere nei giorni di pioggia e a piangere in quelli di sole? Ma è chiaro: è la fede calcistica!

 

In un certo senso la fede calcistica è un valore assoluto, anzi l’unico valore assoluto, in mezzo al relativismo che ci circonda. E’ una fede di valori kantiani, un imperativo categorico, una fede senza se e senza ma, come si direbbe oggi. Insomma è qualcosa di costantemente presente alla nostra coscienza, molto più del cogito cartesiano!

 

Ma torniamo, cari lettori, all’eredità di un padre. Certo adesso avrete capito  perché il mio oraziano “ Non omnis moriar” (non morirò completamente) sia sempre stato rappresentato dalla speranza che la mia voce possa continuare un giorno a cantare in quella dei miei figli, ogni volta che la mia squadra del cuore entrerà in campo e io potrò vedermi la partita dall’alto, da un posto privilegiato in cui non si paga il biglietto.

 

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2 Responses

  1. » Blog Archive » La vera eredità di un padre – Cap. 3 Said,

    [...] La vera eredità di un padre [...]

    Posted on marzo 7th, 2010 at 12:46 AM

  2. » Blog Archive » La vera eredità di un padre – Cap. 4 Said,

    [...] La vera eredità di un padre [...]

    Posted on maggio 6th, 2010 at 11:36 PM

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